sabato 23 ottobre 2010

CABINE ARMADIO E SINUSOIDI. IL READING.

Ieri a Metricubi a Venezia c'è stata la quinta tappa del Setteperuno Mentelocale Tour. C'erano Mattia, Alessandro, Roberta, Enver e Fiorenzo. E mi dispiace un sacco che Andrea e Valentina non siano potuti venire. E spero di vedervi la prossima volta e di ridere insieme, sì. Questo è il testo che ho letto, che se ve lo siete persi ce l'avete, perché sennò come facevate?

Grazie a tutti, ancora.


Mangio lo sciampo che mi cade dai capelli. Che sciupa il trucco, che lava tutto. Che lava a parti perché a parti la vita si rompe e a parti bisogna cercare di aggiustarla.

Ragionare per obiettivi.

Cercare di raggiungerli.

Mettere bandierine, schierare carri armati. Come con il risiko. Che tanto se becchi la carta coi 24 territori lo sai già che giochi per far numero. Non basta nemmeno il gioco del territorio, finirai ingoiato dalle armate viola.

Sempre.


Provo a partire dalle cose semplici: il cambio armadio. Riordinare, mettere da parte le cose inutili che rimangono in giro perché le cose inutili non hanno un posto, come non hanno un'utilità.

Ma basta un oroscopo sbilenco per sabotare tutto, per aprire i cassetti e ritrovarli come dopo una rapina.

Un uragano in un cul-de-sac.

Esco allora a prendere delle sigarette. Non fumo, ma ogni tanto sì, così almeno giustifico con gesti concreti il mio malessere.


Tu che quando ti cerco non ci sei. Tu che quando ti penso non ci sei. Tu che certe volte mi chiedo se sei davvero quello che cerco e se sei tu quello che ho tra le mani. Tu che quando ti ritrovo sei il mio pugno nello stomaco. E allora, forse, questo sarà il tuo posto. E allora, quando ti avrò digerito tutto non sarà più. Quello sciampo che mangio aiuta a lavare lo stomaco e le sue mucose. Quelle mucose che non mi fanno dormire la notte. Quella gastrite che inacidisce i miei occhi, le mie mani, le mie parole. E non aiutano i chilometri, non aiutano le mie conversazioni con un telefono spento.


Lo sai, ci ritroveremo tutti a piegare maglioni già piegati, ad allineare paralumi perfettamente paralleli, a tenere la schiena dritta e le braccia ben stese lungo i fianchi, a spolverare vassoi in silverplate messi a disposizione per coppie che felici scelgono il silverplate per rimanere tutta la vita nella polverosa penombra dei soggiorni di tutti quelli che hanno fatto la foto con lo sposo, la foto con la sposa, la foto con la cravatta mozzata, la foto con il flûte, la foto con gli occhi chiusi, la foto con gli occhi rossi. Che tanto si è capito che quelle mensole di libri e di dispense e di appunti non sono serviti e non serviranno a guardare giù dagli scalini con spavalderia. Non serviranno a pareggiare quegli scalini più in alto, che non basta la gamba, non basta lo slancio, per salirci su.


Prepariamo valigie che durano poco perché poco durano le nostre trasferte. Sanno di campagne ferraresi e colazioni alle pere e cioccolato. Sanno di ravioli al barolo e di sveglie improbabili.

Sembra di essere in mezzo a quelle macchie di colore a tempera che poi si tiravano soffiando sulle cannucce. Di quei lavoretti di come quando fuori piove e le mamme e le maestre non sanno più come uscirne. Ci si può sparpagliare, ma quando si torna in posizione fa soltanto più male.


Ci svegliamo che sembra aprile. Ci diciamo, ancora assonnati, il letargo è finito, è passato l'inverno nel tempo di un pomeriggio. Così tu non devi cercar casa e io cercare una vita vera.

Invece arriva il freddo e un grande pennello passa sulle vetrate con un acquoso color grigio. Aumentano i gradi di separazione tra i corpi e ciò che resta fuori.

Ci penso e non ho ancora fatto il cambio armadio perché queste sono le due settimane di anarchia militare. Non è vero, non abbiamo superato l'inverno con il letargo ma tu hai trovato casa e io non ho ancora trovato una vita vera. Provo a non congelare, stringo le spalle, le mani fra le gambe.


Sembra di camminare su lastre di ghiaccio. Già a restare immobili è un bilico. E se non bastasse il gelo a volte sembra di non sapere nemmeno nuotare. Che si spezza lo sai e non sai nuotare.


Lo so che nella marea delle scelte possibili io ci annegherò. Io e l'asino.

Annegherò nelle tazze di thè bancha che porto con me la sera mentre passeggio per combattere l'insonnia.

Annegherò nella pioggia e in quelle lacrime enormi come ciliegie che cerco di ricacciare dentro, che ci promettiamo di non far maturare, ma poi guardale, sarebbe da farci le marasche sotto spirito.

Come quando avevo sette anni, una cartella gigante e delle calze bucate e tu togli la mano e io ci credo che c'è. Ma non c'è.


Urliamo e poi non ci ricordiamo nemmeno cosa urliamo. Squarciamo tutto, i silenzi, le tue labbra.

Inchiodati al sedile, lo stomaco violentato.

I trattati di pace non hanno mai funzionato, servono soltanto a prendere tempo. Che nessuno si litiga più l'Alsazia e la Lorena perché del ferro e del carbone non gliene frega più tanto a nessuno. I reattori nucleari aiutano la pace. Ma noi siamo arrivati a Jalta e se te lo scordi apri quella scatola e ascolta.


Fammi sciogliere come quando c'è gente e non si può, che poi a raccogliermi ci penso da me.

Cerco nelle ferramenta metri di filo spinato.

Per avvolgere il mio cuore.

Per proteggerlo.

Tu non me lo chiedi ma è quello che dovrei fare. Renderlo un tatuaggio da galeotti o da marinai, di quelli che trovi nei bar vicino il porto a bere l'inverosimile per dimenticare due mesi di nave e di cromosomi y.

E invece tu non lo sai, ma vorrei soltanto poter sorridere andando incontro a questo vento appuntito.

Senza paura di cadere.

Senza mani.

venerdì 1 ottobre 2010

NELLA STANZA DEI BOTTONI

Ci sono delle cose da annotare. Ci sono delle cose da fermare come quando il bottone si sta per staccare e bisogna perdere quei dieci minuti per fissarlo, per assicurarlo dove deve stare. Ne vale la pena, può far comodo un bottone ben chiuso quando tira quel vento gelido d'autunno.

Ho ancora la tua conchiglia tra i miei capelli salati.

Ho visto un pallone attraversarci la strada e con la macchina abbiamo quasi dovuto frenare.

Ho letto le nostre parole sulla cartaforno.

Ha detto mia madre che parlavo come quando ero piccola e felice. Con gli occhi illuminati di come quando ero piccola e felice, quando la sorpresa era nascosta dentro le scatole da fiammiferi del mulino bianco.

Ho visto dei polacchi scendere dalla barca e improvvisare un tango sbilenco in fronte al porto.

Ho camminato ancora per le strade di Parigi e la bellezza mi aspettava ad ogni angolo. Era negli occhi del mendicante che teneva un cartello con su scritto je me drogue. Era nel rosso di sera dietro la tour eiffel. E nell'odore di piscio mentre cercavo di fare una foto da turista dal trocadéro.

Ho cercato di capire gli artisti contemporanei. Spiato cosa c'è dietro una gamba di cera d'api che spunta da una parete con dei peli veri attaccati e una candela che viene fuori dal femore che costa ottocentomila euro. La gamba, senza la parete.

Ho capito perché le opere arrivano a chiamarsi untitled.

Ho sentito quella piccola e lieve soddisfazione di fare una cosa buona con delle cose che da sole lo sarebbero state un po' meno e che magari avrei pure buttato.

Ho deciso di fissare le cose con lo scoc come hai fatto tu quella volta con la rosa sulla chiavetta usb perché poi magari le cose importanti si perdono e non sai più dove le hai messe.

Ho concluso che i giapponesi non li riesco tanto capire. Che nei loro cervelli le idee e gli opposti fanno tanti piccoli corto circuiti.

Ho ascoltato i Pan del diavolo che mi piacciono più di quanto mi stiano simpatici.

Non ho capito ancora perché le persone si litigano per cinque minuti il pagamento di un caffè ristretto e di un latte macchiato con poca schiuma. E tu aspetti solo due euro e ottanta.

Ho sorriso guardando i palazzi vuoti riempirsi di luce dopo questo giorno di pioggia.


Eravamo noi quelli che ci toccavamo la lingua? Ero io quella che se ne andava senza voltarsi?